Lyra lo vide e, per un istante, dimenticò persino come si respirava.

La figura sospesa sopra la piazza non aveva più i contorni netti di un uomo. La luce azzurra che lo avvolgeva sembrava vibrare attorno a lui come un secondo cielo, e sotto quella luce il suo volto cambiava, svelando qualcosa che non apparteneva al mondo dei mortali.

Lyra capì subito.

Non con la mente. Con qualcosa di più profondo.

Era lui.

Mardok.

Ne aveva sentito parlare per anni, in sussurri, leggende, racconti spezzati tra un villaggio e l’altro. Lo avevano descritto come un guerriero, un guardiano, un dio caduto, un nome che i vecchi pronunciavano solo quando il fuoco era basso e la porta ben chiusa. Ma nessuna parola era stata abbastanza grande per ciò che aveva davanti.

Perché quello non era solo un uomo potente.

Era un dio.

Lyra sentì il cuore accelerare mentre il vero volto di Mardok le appariva davanti agli occhi. Non era un volto che tutti potevano vedere. Lo sapeva senza sapere come. Era come se una parte di lei, antica e nascosta, fosse finalmente stata riconosciuta da qualcosa di ancora più antico.

Il suo volto divino era diverso da quello che i mortali avrebbero ricordato.

Gli occhi avevano la profondità del cielo prima della tempesta. La pelle sembrava fatta di luce e pietra insieme, come se il tempo non avesse mai davvero osato toccarlo. Sulla fronte, appena visibile, ardeva un simbolo simile a quello inciso sul medaglione di Elian: il cerchio spezzato da tre linee luminose.

Lyra fece un passo indietro, ma non per paura.

Per reverenza.

“Mardok…” sussurrò.

Il dio abbassò lentamente lo sguardo verso di lei.

In quel momento, il villaggio scomparve. I rumori svanirono. Restarono solo il silenzio, il battito del cuore di Lyra e quella presenza impossibile, immensa, che sembrava occupare più spazio dell’aria stessa.

Mardok non parlò subito. Osservò Lyra come se la stesse leggendo, come se cercasse in lei una verità nascosta da tempo.

Poi disse, con una voce profonda e calma:

“Tu mi vedi davvero.”

Lyra sentì la gola stringersi. “Io… sì.”

“Non molti possono farlo.”

“Lo so.”

La risposta uscì quasi in un sussurro. Eppure, era vera. Lyra non avrebbe saputo spiegarlo a nessuno, ma sentiva di aver atteso quel momento per tutta la vita.

Mardok si mosse appena nell’aria e, senza toccare il suolo, scese lentamente fino a trovarsi davanti a lei. Ogni suo gesto sembrava piegare il mondo intorno, come se la realtà dovesse adattarsi al suo passaggio.

Lyra alzò il mento per guardarlo negli occhi.

“Ti cercano,” disse lei. “Le forze antiche si sono mosse di nuovo.”

Un’ombra attraversò il volto del dio.

“Lo so.”

“Come fai a saperlo?”

“Perché le sento.” La sua voce si abbassò. “Da molto prima che arrivassi qui.”

Lyra rimase in silenzio.

Mardok guardò oltre di lei, verso la strada che portava fuori dal villaggio, come se potesse già vedere ciò che si muoveva nelle tenebre più lontane.

“Non avrei dovuto mostrarmi,” disse infine.

“Perché l’hai fatto allora?”

Mardok la guardò di nuovo. Questa volta con qualcosa di quasi umano nel fondo degli occhi.

“Perché eri tu.”

Lyra rimase immobile. Quelle parole le fecero più effetto di qualsiasi incantesimo.

Non capiva fino in fondo cosa significassero, ma sentì che erano importanti. Come se tra loro esistesse un legame più antico del tempo presente. Come se qualcuno, molto prima, avesse già deciso che sarebbe stata lei a riconoscerlo quando il momento fosse arrivato.

Alle sue spalle, Elian si avvicinò lentamente, senza mai distogliere lo sguardo da Mardok. Non sembrava sorpreso. Sembrava sollevato.

“Finalmente,” mormorò l’uomo anziano.

Mardok volse appena il capo. “Tu hai custodito il mio nome.”

“El più a lungo possibile.”

“E hai protetto anche lei.”

Elian annuì, senza parlare.

Lyra guardò prima l’uno, poi l’altro. “Voi vi conoscete?”

Elian rispose al posto di Mardok. “Da molto tempo. Più di quanto tu possa immaginare.”

Un nuovo tremore attraversò il terreno sotto i loro piedi. Più distante, oltre le colline, si alzò un suono simile a un coro spento, profondo e irregolare. Non era un canto umano. Era qualcosa di antico che si stava risvegliando.

Mardok si irrigidì.

“Ci hanno trovati,” disse.

Lyra seguì il suo sguardo. L’orizzonte era buio, ma ora sembrava muoversi. Come se la notte stessa avesse preso forma e stesse avanzando verso di loro.

“Chi sono?” chiese.

Mardok chiuse gli occhi per un solo istante.

“Coloro che non hanno mai accettato la mia esistenza.”

Quando li riaprì, nei suoi occhi non c’era più solo luce.

C’era guerra.

“E non sono venuti per parlarmi,” aggiunse.

Il vento aumentò di colpo. Le finestre del villaggio si spalancarono, le lanterne vacillarono di nuovo, e dal sentiero tra gli alberi comparvero le prime ombre. Erano alte, sottili, irregolari. Non camminavano davvero: scivolavano nel buio, come se la terra non volesse sostenerle.

Lyra portò la mano all’arma.

Mardok la fermò con un gesto appena visibile.

“No,” disse. “Questa volta non combatterai da sola.”

Lyra lo fissò.

“E tu?”

Mardok sollevò una mano.

L’aria davanti a lui si piegò, e una lama di energia azzurra nacque dal vuoto, brillante e viva come un frammento di stella.

“Questa volta,” disse il dio, “mostrerò loro perché hanno sempre temuto il mio nome.”

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