Il paesino si chiamava Brumavalle, e sembrava dimenticato persino dalle mappe.
C’erano poche case di pietra, strade strette e fangose, un pozzo al centro della piazza e colline grigie tutto intorno, come se il mondo avesse smesso di interessarsi a quel luogo da secoli. Il vento vi passava sopra senza fretta, trascinando foglie secche e silenzi lunghi. Era il posto perfetto per nascondersi.
Lyra lo capì subito quando arrivarono.
Mardok non disse molto. Si limitò a osservare il villaggio in silenzio, con quello sguardo distante che aveva quando ascoltava cose invisibili agli altri. Poi annuì appena, come se avesse scelto quel luogo molto prima di metterci piede.
“Qui non ci troveranno facilmente,” disse.
Lyra guardò le case, i pochi abitanti, il cielo basso. “Sembra un posto morto.”
“Proprio per questo può salvarci.”
Da quel giorno iniziarono a vivere lì, in una vecchia casa ai margini del villaggio, quasi sfiorata dal bosco. Era piccola, fredda e piena di polvere, ma aveva un camino funzionante e una finestra da cui si vedeva il sentiero che portava fuori da Brumavalle.
Lyra si prese cura di Mardok.
All’inizio fu quasi naturale. Gli preparava da mangiare, gli portava acqua, gli sistemava le ferite quando tornava dalle sue uscite notturne. Mardok era potente, questo lo sapeva, ma non era invincibile nel modo in cui la gente immaginava. C’erano momenti in cui il suo corpo sembrava portare addosso il peso di qualcosa di immenso, come se la sua stessa forza lo consumasse lentamente.
E più Lyra si occupava di lui, più sentiva crescere dentro di sé un legame strano, profondo, quasi antico.
Fu allora che i ricordi cominciarono a tornare.
All’inizio erano soltanto lampi.
Una luce accecante.
Un rumore lontano.
La sensazione di cadere senza davvero cadere.
Poi, una notte, mentre stava versando dell’acqua in una ciotola, Lyra si fermò di colpo.
Vide un cielo diverso.
Non quello di Brumavalle.
Un cielo immenso, nero e attraversato da stelle sconosciute.
In mezzo a quelle stelle, una costellazione brillava più delle altre.
Urania.
Il nome le attraversò la mente come un sussurro antico.
Lyra lasciò cadere la ciotola, che si ruppe sul pavimento.
Mardok alzò subito lo sguardo. “Lyra?”
Lei non rispose. Le mancava il fiato.
Perché non era solo il nome a essere tornato. Era anche un frammento di immagine: una porta enorme, chiusa a chiave, scolpita in una sostanza che non era né pietra né metallo. E davanti a quella porta, una luce così forte da bruciare ogni contorno.
“Urania…” sussurrò.
Mardok si fece immobile.
Lyra si voltò verso di lui, confusa e scossa. “È un posto. O forse una costellazione. Non lo so. Ma io… io lo ricordo.”
Mardok la guardò a lungo, e nei suoi occhi passò qualcosa di oscuro e dolce insieme.
“È la destinazione che dovevamo raggiungere,” disse piano.
Lyra spalancò gli occhi. “Dovevamo?”
“Sì.”
“Perché non me l’hai detto prima?”
Mardok abbassò lo sguardo. “Perché non eri pronta.”
Lyra sentì montare dentro di sé frustrazione e dolore. Ogni volta che si avvicinava a un ricordo, lui sembrava aver già deciso fino a dove poteva arrivare. Eppure, quella volta, era diverso. Questa volta sentiva di essere davvero vicina.
“Cosa c’è dietro quella porta?” chiese.
Mardok non rispose subito.
Fu il silenzio a dirle che la verità era grande.
Troppo grande.
“Qualcosa che i Custodi del Vuoto non devono trovare,” disse infine. “Qualcosa che, se venisse aperto nel modo sbagliato, potrebbe cancellare la Terra.”
Lyra sbiancò. “E dentro di me c’entra quel potere?”
Mardok annuì.
“Il tuo potere è la chiave,” disse. “E Urania è il luogo in cui tutto comincia.”
Da quel momento, Lyra cominciò a capire anche un’altra cosa: ogni giorno Mardok usciva all’alba e tornava spesso al tramonto, stanco ma determinato. Non andava semplicemente a osservare il territorio. Cercava persone.
Gente sola, famiglie in fuga, anziani, bambini, viaggiatori perduti.
Li guidava lontano dalle zone dove i Custodi del Vuoto stavano comparendo più spesso. Alcuni li faceva sparire con il teletrasporto. Altri li nascondeva dietro barriere di energia. Altri ancora li metteva in salvo con una rapidità tale che nessuno riusciva a capire come avesse fatto.
Ogni volta che tornava, sembrava aver sottratto qualcuno alla morte.
Lyra lo osservava in silenzio e capiva che quello era il suo vero modo di combattere.
Non cercava gloria.
Non cercava paura.
Voleva salvare quante più persone possibile prima che i Custodi riuscissero a usare il potere nascosto in lei per cancellare la Terra intera.
Una sera, mentre il vento sbatteva contro le imposte, Lyra trovò Mardok seduto da solo vicino al fuoco spento.
“Quante persone hai salvato oggi?” chiese.
“Cinque.”
“E ieri?”
“Otto.”
Lyra si sedette di fronte a lui. “Non ti fermi mai.”
“Non posso.”
“Perché?”
Mardok alzò lo sguardo su di lei.
“Perché ogni vita salvata è una possibilità in più che Urania resti chiusa.”
Lyra abbassò gli occhi.
Sentiva che i ricordi stavano tornando, pezzo dopo pezzo, e con essi cresceva una paura nuova. Non della verità in sé, ma di ciò che avrebbe scoperto su se stessa, su Mardok, e su quel posto lontano in cui li aspettava una porta sigillata.
Poi, all’improvviso, una sensazione la attraversò da capo a piedi.
La luce.
Ancora quella luce accecante.
Ma questa volta non era solo memoria.
Era un richiamo.
Lyra alzò il capo di scatto. “Mardok…”
Lui la guardò subito.
“Li ho sentiti,” disse lei, con la voce che le tremava. “I Custodi. Sono più vicini.”
Il volto di Mardok si indurì.
Fuori, nel buio di Brumavalle, il vento cessò di colpo.
E nel silenzio improvviso, una campana lontana suonò da sola una volta sola.
Un segnale antico.
Un avvertimento.
Mardok si alzò in piedi.
“Stanno arrivando,” disse.
Lyra si alzò a sua volta, con il cuore in gola.
Per la prima volta, però, non era più solo una ragazza confusa che cercava di ricordare.
Era la chiave di Urania.
E qualcosa dentro di lei stava cominciando a svegliarsi.
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