L’attacco arrivò senza preavviso.
Prima ci fu il silenzio. Un silenzio innaturale, così profondo da sembrare una pausa imposta al mondo. Poi il vento si alzò di colpo, le finestre della casa tremarono e, dal margine del bosco, emersero le prime sagome dei Custodi del Vuoto.
Non camminavano: scivolavano nel buio, avvolti in mantelli neri come cenere spenta. I loro volti erano ancora più terribili di come Lyra li ricordava, vuoti e senza forma, come se qualcuno avesse cancellato ogni tratto umano lasciando solo il riflesso della fame.
Mardok fu il primo a muoversi.
“Dentro casa,” ordinò a Lyra.
Ma lei non si mosse. Restò ferma sulla soglia, il cuore che le batteva così forte da farle male. I Custodi avanzavano in silenzio, e insieme a loro l’aria cambiava, diventava più fredda, più pesante, quasi malata.
Uno di loro alzò una mano verso il villaggio.
Le luci si spensero.
Le porte si chiusero da sole.
Le galline fuggirono nei cortili, i cani si misero a guaire.
Mardok sollevò entrambe le mani e una barriera azzurra esplose davanti alla casa, respingendo il primo colpo dei Custodi. La luce divina illuminò per un istante il suo volto, teso e concentrato, ma Lyra vide subito che qualcosa non andava.
Un secondo Custode emerse dall’oscurità e colpì Mardok al fianco con una lama fatta di pura tenebra.
Mardok barcollò.
Lyra sentì il sangue gelarsi.
“No!”
Il dio serrò i denti e riuscì a restare in piedi, ma la ferita si aprì subito sotto il tessuto, scura e profonda. Era una ferita diversa dalle altre, come se il Vuoto stesse cercando di consumarlo dall’interno.
Lyra corse verso di lui, ma un’ondata di freddo la investì prima che potesse raggiungerlo.
I Custodi si erano accorti di lei.
Si voltarono all’unisono.
E in quel momento Lyra sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé.
Non era paura.
Era un richiamo.
Un calore improvviso, vivo, ancestrale, le attraversò il petto e poi le braccia, come se una porta chiusa da anni si fosse finalmente incrinata. Le mani le tremarono. L’aria intorno a lei cominciò a vibrare.
Una luce nacque dal fondo dei suoi occhi.
Lyra non sapeva cosa stesse succedendo.
Non sapeva come facesse a fermare il respiro del mondo, a sentire le presenze dei Custodi come fili neri tesi nell’aria, a percepire il loro vuoto interiore come un punto debole da spezzare.
Ma lo fece.
Allungò una mano senza pensarci.
E il potere esplose.
Una colonna di luce bianca e dorata scattò fuori da lei, investendo i Custodi del Vuoto con una forza tale da farli indietreggiare all’istante. Le loro forme si contorsero, le ombre si strapparono come stoffa bruciata, e un urlo profondo, simile a quello di molte voci insieme, rimbalzò nel bosco.
Lyra non si fermò.
Non sapeva nemmeno di star gridando, ma sentì l’energia crescere dentro di lei, più grande di quanto avesse mai immaginato. Era come se il potere fosse sempre stato lì, addormentato, in attesa solo di una minaccia abbastanza grande da svegliarlo.
I Custodi cercarono di resistere, ma la luce li respinse uno dopo l’altro.
Il più vicino a lei si dissolse in una pioggia di cenere nera.
Gli altri arretrarono, lacerati dalla forza che usciva da Lyra, finché il bosco non inghiottì di nuovo le loro sagome.
E poi, improvvisamente, tutto finì.
Il silenzio tornò di colpo.
Lyra rimase immobile, il respiro spezzato, le mani ancora sollevate nel vuoto. La luce si spense lentamente dentro di lei, lasciandole addosso una sensazione di vuoto e vertigine.
Si voltò verso Mardok.
Lui era in ginocchio.
La ferita al fianco sanguinava, ma i suoi occhi erano fissi su di lei con un’intensità che Lyra non seppe decifrare subito. C’era stupore, sì. Ma anche sollievo. E qualcosa di più profondo, quasi sacro.
“Lyra…” disse piano.
Lei corse da lui e si inginocchiò a sua volta. “Sei ferito.”
“Nulla che non possa essere guarito.”
“Lo dici sempre.” La voce le tremò. “Ma questa volta hai rischiato davvero.”
Mardok non rispose. La guardò soltanto.
E in quello sguardo Lyra vide quanto fosse stato vicino a perderla, e quanto avesse temuto quel momento.
L’aiutò ad alzarsi e lo portò in casa, passo dopo passo, mentre il villaggio restava immerso in un silenzio irreale. Dentro, accese il fuoco e lo fece sedere vicino al tavolo. Poi prese bende, acqua pulita e un panno caldo.
Per un po’ non parlarono.
Lyra pulì con delicatezza la ferita di Mardok. Lui non si lamentò neppure una volta, ma il suo volto era teso. Ogni tanto chiudeva gli occhi, come se cercasse di trattenere il dolore in un posto lontano.
Quando ebbe finito, Lyra si sedette di fronte a lui.
Ora che il pericolo era passato, dentro di lei c’era solo una certezza.
Aveva diritto alla verità.
“Raccontami di Urania,” disse.
Mardok la guardò in silenzio.
“Questa volta no. Basta segreti.” Lyra strinse le mani sul tavolo. “Ho il diritto di sapere. Ho sentito la memoria tornare. Ho visto la luce. Ho protetto entrambi. Non puoi continuare a lasciarmi fuori.”
Il dio abbassò lo sguardo per un istante.
Quando tornò a guardarla, la sua espressione era calma, ma distante.
“Quando arriverà il momento,” disse, “te lo dirò.”
Lyra s’irrigidì. “Ancora? Dopo tutto quello che è successo?”
“È ancora troppo presto.”
“Per chi?” chiese lei, con amarezza. “Per me o per te?”
Mardok rimase in silenzio abbastanza a lungo da farle male.
Poi rispose con voce bassa: “Per entrambi.”
Lyra si alzò di scatto, frustrata. “Non capisci? Io non sono più la stessa. Ho il tuo sangue addosso, le mie mani hanno appena scacciato i Custodi del Vuoto, e tu continui a trattarmi come se dovessi restare al buio!”
“Ti tratto così perché ti voglio viva.”
Le parole caddero tra loro come pietre.
Lyra lo fissò, respirando forte.
Mardok continuò, più piano: “Urania non è un racconto da svelare a metà. Non ancora. Se conoscessi tutto troppo presto, il potere dentro di te potrebbe risvegliarsi nel modo sbagliato.”
“E allora quando?” sussurrò lei.
“Quando sarai pronta.”
Lyra abbassò lo sguardo, ma non per resa. Per rabbia trattenuta. Per dolore. Perché dentro di sé sapeva che lui aveva ancora ragione, e questo la faceva sentire ancora più impotente.
Mardok si alzò lentamente, nonostante la ferita, e si avvicinò a lei.
“Non ti sto tenendo lontana per sfiducia,” disse. “Ti sto tenendo lontana perché ti sto salvando.”
Lyra non rispose.
Fu lui ad aggiungere, con una dolcezza quasi impercettibile: “Un giorno capirai.”
Lei alzò gli occhi verso di lui.
E in quel momento, anche senza avere la spiegazione che voleva, capì una cosa sola: qualunque fosse il segreto di Urania, non era soltanto il suo destino.
Era anche la sua paura più grande.
E Mardok lo sapeva.
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