Lyra non riusciva a staccargli gli occhi di dosso.

Mardok era lì, davanti a lei, eppure sembrava ancora irraggiungibile, come una stella troppo lontana per essere toccata. Per anni aveva sognato di incontrarlo. Non era soltanto curiosità, non era soltanto ammirazione: era qualcosa di più profondo, più antico, quasi inevitabile. In fondo al cuore, Lyra aveva sempre saputo che un giorno lo avrebbe visto davvero.

Era stato il suo sogno nel cassetto, custodito in silenzio per tutta la vita.

Ora che finalmente era davanti a lui, però, capiva una sola cosa con assoluta certezza: non sapeva nulla di Mardok.

Né di ciò che pensava.

Né di ciò che provava.

Né del motivo per cui faceva certe cose che sembravano incomprensibili perfino a chi lo osservava da vicino.

Lyra fece un passo avanti mentre le ombre si avvicinavano dalla foresta. Il cuore le batteva forte, ma non per la paura. O non solo per quella. Ogni volta che Mardok si muoveva, ogni volta che la sua voce attraversava l’aria, qualcosa dentro di lei si accendeva e poi si spegneva subito dopo, lasciandola più confusa di prima.

Lo amava.

Lo aveva capito da tempo, anche se non l’aveva mai detto a nessuno.

Lo amava con una forza quasi dolorosa, e avrebbe dato la sua vita per lui senza esitazione.

Ma era proprio questo il problema: più cercava di comprenderlo, più si rendeva conto di non riuscirci.

In quel momento, per esempio, Mardok stava fissando il sentiero buio come se stesse ascoltando una voce che nessun altro poteva sentire.

“Perché non attacchi?” chiese Lyra, senza riuscire a trattenersi.

Mardok non distolse lo sguardo. “Perché non sono ancora loro a decidere il momento.”

Lyra aggrottò la fronte. “Ma sono qui. Stanno arrivando.”

“Sì.”

“Allora perché aspetti?”

Mardok la guardò appena, e nei suoi occhi c’era una calma impossibile da leggere.

“Perché se muovessi adesso il primo colpo, perderebbero il vantaggio che vogliono concederci.”

Lyra serrò le labbra. Non capiva. E quello succedeva spesso. Mardok vedeva sempre oltre, come se ogni evento fosse già scritto davanti a lui in una lingua che solo lui sapeva leggere.

“Parli sempre come se sapessi già tutto,” disse lei, un po’ troppo in fretta.

Mardok inclinò il capo. “Non tutto.”

“Abbastanza, però.”

Una lieve ombra passò sul suo volto.

“Abbastanza per sapere che tu stai tremando.”

Lyra abbassò lo sguardo, infastidita dal fatto che avesse ragione. Non si trattava di paura. O almeno, non soltanto. Era l’effetto che lui aveva su di lei, anche adesso: la faceva sentire vista, e allo stesso tempo completamente inutile.

Elian si avvicinò ai due, impugnando il bastone come se fosse un’arma più antica del tempo. “Non abbiamo molto tempo,” disse. “Le presenze nella foresta non sono cacciatori qualunque. Sono inviati dei Custodi Vuoti.”

Lyra sussultò. “I Custodi Vuoti esistono davvero?”

Mardok rispose prima di Elian. “Esistono da prima che il mondo imparasse a dare un nome al buio.”

Lyra lo fissò. “Li conosci bene.”

“Troppo bene.”

“E allora dimmi perché ti stanno cercando da così tanto tempo.”

Per la prima volta, Mardok esitò.

Fu solo un istante, ma bastò a Lyra per notarlo.

Elian abbassò gli occhi, come se avesse preferito che quella domanda non fosse mai stata fatta.

Lyra sentì un nodo stringerle il petto. Ogni volta che si avvicinava alla verità, Mardok sembrava allontanarsi di un passo. E questo la faceva impazzire. Non perché volesse soltanto sapere, ma perché sentiva che lì dentro c’era qualcosa che riguardava anche lei.

“Perché hai paura di dirmelo?” domandò, con voce più bassa.

Mardok la guardò a lungo.

“Non ho paura,” disse infine. “Ma ci sono verità che cambiano per sempre il modo in cui guardi una persona.”

Lyra deglutì. “E questa è una di quelle?”

“Sì.”

Il silenzio cadde tra loro come una lama.

Lyra avrebbe voluto dirgli tante cose. Avrebbe voluto dirgli che lo amava, che lo aveva sempre amato, che non le importava di cosa fosse davvero, né da dove venisse, né di quanto fosse distante da tutto ciò che sembrava umano. Avrebbe voluto confessargli che ogni sogno, ogni attesa, ogni notte passata a immaginarlo non era stato un errore.

Ma non riuscì a parlare.

Perché Mardok si voltò di scatto.

La foresta si era fatta più scura.

Le ombre non erano più soltanto ombre. Ora avevano forma. Volti appena accennati. Braccia troppo lunghe. Occhi senza luce.

“Arrivano,” disse il dio.

Elian sollevò il bastone. “Lyra, resta dietro di noi.”

Ma Lyra non si mosse.

Non poteva.

Non voleva stare dietro. Non dopo averlo atteso per tutta la vita. Non mentre lui si preparava a combattere contro qualcosa di tanto antico da far tremare il mondo.

Mardok la vide immobile e per un istante il suo volto cambiò appena.

“Perché non ti allontani?” chiese.

Lyra alzò il mento. “Perché non l’ho mai fatto.”

Fu un momento piccolo, quasi invisibile.

Eppure Mardok la guardò con qualcosa di diverso.

Qualcosa che Lyra non seppe interpretare.

Poi il primo dei Custodi Vuoti uscì dagli alberi.

Alto, sottile, avvolto in un mantello nero che sembrava fatto di cenere viva. Non aveva volto, solo un’oscurità profonda al posto degli occhi. Quando parlò, la sua voce sembrò spezzare il silenzio del villaggio.

“Il nome è stato pronunciato.”

Mardok fece un passo avanti.

“Sì.”

“E il frammento deve essere restituito.”

Lyra strinse i pugni. “Frammento?”

Ma nessuno le rispose.

Il Custode alzò lentamente una mano, e attorno a lui il buio si contorse come vivo.

Mardok allora si spostò davanti a Lyra, proteggendola senza esitare.

Quel gesto la colpì più di qualunque parola.

Perché lui non le aveva detto nulla. Non le aveva spiegato nulla. Eppure, davanti al pericolo, aveva scelto istintivamente di mettersi tra lei e la morte.

Lyra sentì gli occhi bruciare.

Forse era questo il motivo per cui lo amava così tanto.

Perché Mardok non chiedeva mai di essere amato.

Ma proteggeva.

Sempre.

No responses yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenti recenti

Nessun commento da mostrare.